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Volo
radente.
(10
ottobre 2002)
La
cronaca degli ultimi giorni, come spesso accade, ha portato
all’attenzione dell’opinione pubblica il difficile periodo che la
nostra industria automobilistica sta attraversando. In realtà, come è
normale che sia, questa crisi non è improvvisa, ma affonda le proprie
radici negli anni passati, fatti di luci e di ombre. Non
è la prima volta che Fiat viene a trovarsi in mezzo al guado: alla fine
degli anni Settanta, per esempio, alla vigilia del debutto della Uno, la
situazione appariva anche peggiore e la cosa era tanto più strana e grave
se si considera che allora le quote di mercato che i marchi Fiat e Lancia
detenevano nel nostro Paese erano pari a circa il triplo di quelle
attuali. Dunque, le difficoltà finanziarie e produttive non sono certo
cosa nuova. Forse,
però, l’origine del momento buio attuale può essere proprio ricercata
nelle scelte effettuate per affrontare le difficoltà del passato.
Vent’anni fa, la dirigenza Fiat fece un errore di pianificazione
assolutamente imperdonabile, puntando tutto sull’assunzione di quote di
mercato sui mercati emergenti (in prima linea Sud-Est asiatico e
Sud-America), trascurando uno dei fondamentali dell’industria
automobilistica: nessuna azienda può sopravvivere senza il proprio
mercato interno. E’
stato un errore che si è poi tradotto nell’adozione di un indirizzo
produttivo ben determinato che, alla lunga, non ha premiato. Ci si è,
infatti, preclusi la possibilità di aggredire efficacemente i mercati
ricchi, i soli in grado di assorbire sempre e comunque grossi volumi di
produzione (per di più nei segmenti di mercato più remunerativi).
Volendo
fare un’analisi della situazione attuale, il marchio Fiat si trova da
molti anni nell’incapacità quasi cronica di offrire un’auto di
successo che non sia un’utilitaria, mentre molti rimpiangono ancora la
Croma. Si è confidato troppo nell’esplosione (mai avvenuta) dei mercati
emergenti, indirizzando verso di essi la progettualità e la tipologia dei
prodotti. Ed ecco che allora, oggi, ci si scopre attrezzati poco o nulla
alla competizione europea e nord-americana, competizione in cui le grosse
cilindrate e i segmenti alti e medio-alti sono assolutamente determinanti.
Il tutto è stato poi condito dalla errata politica fiscale italiana degli
anni Ottanta, interamente mirata a colpire le cilindrate dai 2000 cc in su,
la quale ha quasi drogato il nostro mercato, indirizzandolo verso la
fascia bassa e medio-bassa della produzione automobilistica e mancando così
di spronare l’industria nazionale verso l’esplorazione dei segmenti
alti. Oggi
paghiamo queste scelte poco lungimiranti, fatte anche di qualità
costruttiva non sempre all’altezza della concorrenza: sul piano
qualitativo, solo negli ultimi anni sono stati compiuti sforzi
considerevoli. E qui entra in gioco il tipico carattere italiano, perché
bisognerà pure ammettere che una parte delle colpe vanno attribuite anche
a noi consumatori, da sempre abituati a considerare più “nobile” e
“alla moda” qualunque cosa provenga dall’altra parte delle Alpi.
E’ questo il motivo per cui ci si è mostrati quasi indifferenti di
fronte agli oggettivi e considerevoli miglioramenti qualitativi della
recente produzione Alfa Romeo, per esempio. Ma questa è storia vecchia
che oggi non avrebbe più senso rispolverare. A
questo punto, fare delle previsioni per il futuro diventa quasi un
azzardo. Nessuno è oggi in condizioni di prevedere cosa accadrà da qui a
18-24 mesi. C’è certamente la realistica possibilità che Fiat decida
di avvalersi dell’opzione di prelazione a favore di General Motors,
opzione prevista dall’accordo del 2000. Sarebbe
questo l’ultimo timido battito del cuore industriale di questo nostro
Paese che, uno alla volta negli ultimi vent’anni, ha ceduto a gruppi
esteri tutti i gioielli della propria produzione industriale. Con la
cessione di Fiat Auto alla GM, anche se una parte degli stabilimenti di
produzione restassero in Italia (cosa che è prevedibile), si andrebbe
comunque incontro ad una “periferizzazione” del nostro sistema
industriale, con una fuga di competenze e di professionalità
difficilmente immaginabili. Insomma,
in crisi oggi non è semplicemente un’azienda italiana; in crisi è
un’azienda simbolo della stessa sfida industriale che questo Paese ha
condotto nel XX secolo. In gioco, oltre a decine di migliaia di posti di
lavoro, c’è anche l’immagine di un intero Paese che nei prossimi anni
si vedrà costretto a fare i conti con la reazione a catena che
l’eventuale cessione di tutto il comparto automobilistico alla General
Motors provocherà, uccidendo un indotto (industriale e di servizi) dalle
dimensioni difficilmente calcolabili. Una
ricetta sicura per uscire dal guado non c’è: senza dubbio, oggi più
che mai, è opportuno un “volo radente”, volare alti attraverso
piccoli passi, confidando nel rinnovamento della gamma dei marchi Fiat e
Lancia e nella continuità tecnica e produttiva per quanto attiene il
marchio Alfa Romeo (il quale, negli ultimi anni, ha conosciuto un
rinnovato apprezzamento non solo in Italia ma anche all’estero): per
l’Alfa servirebbe solo continuità, conducendo in porto quelle
trasformazioni e quei progetti già avviati, mentre una radicale
inversione di tendenza dovrebbe essere messa in atto per gli altri due
marchi del Gruppo. E’
chiaro che i frutti di un lavoro del genere non potranno essere raccolti
se non tra qualche anno (quattro o cinque, almeno) e solo dietro
investimenti certi e ben mirati. Ma la dirigenza Fiat vuole davvero
questo? Non
è dato saperlo e, verosimilmente, bisognerà attendere il 2004 per
capirlo. Forse, però, sin da oggi sarebbe necessario che il Gruppo Fiat e
i suoi uomini non dimenticassero un importante insegnamento del passato:
“Continua ciò che hai cominciato e forse arriverai alla cima, o almeno
arriverai in alto, ad un punto che tu solo comprenderai non essere la
cima”. Lucio Annèo Seneca. In
definitiva, sarà bene continuare a puntare alla Luna: male che ci vada,
avremo vagabondato tra le stelle. Tutto questo con la consapevolezza che
quando si cade, tutto sommato, si cade pur sempre per terra.
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