L'EDITORIALE

 

 

Tra passato e futuro.

(6 marzo 2003)

 

Il secolo XX è stato un secolo complesso, fatto di idee, ideologie e ideali... Le idee sono (quasi) sempre una buona cosa, perché se non altro inducono a pensare, a riflettere. Le ideologie, al contrario, sono spesso la negazione del pensiero perché tendono ad essere “cristallizzate”, tendono a indurirsi senza tener conto del fatto che il mondo e la storia dell’uomo non sono sempre un alternarsi di bianco e di nero, ma sono ricchi di mille sfumature. Gli ideali, quelli veri, invece non hanno epoca, sono fuori dal tempo: non possono e non devono mai morire. Sì, è stato un secolo complesso, il XX, un’epoca in cui idee ideologie e ideali si sono alternati in un concerto spesso stonato e poco piacevole. E’ stato anche il secolo della cosiddetta “generazione infelice”, quella che aveva vent’anni nel 1940: ti poteva capitare anche che una mattina ti chiamasse la sorella del tuo compagno di banco e ti dicesse che il tuo migliore amico era morto in Russia. Nonostante questo, è stata una generazione che ci ha dato tanto e che spesso ha saputo anche insegnarci a pensare. E spesso lo ha fatto con un sorriso. Ora, poco alla volta, questa generazione sta levando il “disturbo”. Si sta chiudendo un’epoca e di quest’epoca se ne stanno andando anche i cantori: uno su tutti, l’Albertone nazionale. Come non ricordare le sue inimitabili interpretazioni? Non c’è stato italiano che almeno una volta nella vita non si sia identificato nei suoi personaggi. E’ vero, chi ci fa ridere non dovrebbe mai morire. Alberto Sordi era uno di noi, era l’italiano che meglio di chiunque altro ha saputo interpretare l’animo della sua gente, le piccole ipocrisie, gli egoismi di ogni giorno, ma anche il genio e i piccoli eroismi quotidiani  che, in fondo, hanno fatto del nostro popolo uno dei più amati e apprezzati del mondo. Non sapeva solo far ridere, Alberto Sordi, sapeva anche far pensare. Con lui se ne è andata una parte importante della storia del costume italiano, se ne è andata anche una parte importante di me stesso. Di molti suoi film sarei capace di recitare a braccio buona parte del copione; ricordo, per esempio, quando io e mio fratello iniziavamo per gioco a ripetere a memoria gli storici ed esilaranti dialoghi Sordi-Verdone di “In viaggio con papà”  ed eravamo capaci di tirare avanti senza fermarci un attimo anche per venti minuti e più. Anche lui apparteneva alla “generazione infelice”. Lo ricorderemo come un grande artista, come un amico, come un parente. Ce lo ricorderemo perché, pur avendo avuto donne bellissime, ha sposato per passione il cinema, senza appartenere alla categoria dei furbi, degli opportunisti… Quelli li ridicolizzava interpretandoli, punto e basta. Ce lo ricorderemo perché fingeva di essere avaro, come in un gioco, per evitare gli scocciatori; poi invece faceva beneficenza, senza pubblicità, senza farlo sapere, semplicemente, come si deve fare, rispettando soprattutto la dignità di chi riceve. Ce lo ricorderemo per il suo grande orgoglio di essere italiano. Ce lo ricorderemo per tutte le risate, anche amare, che ci ha fatto fare, che lo pongono là dove vivono i nostri angeli: Totò, Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio… E adesso anche Alberto Sordi. Alla stessa generazione infelice apparteneva anche Giovanni Agnelli. Di lui Federico Fellini diceva: “Agnelli? Mettetelo a cavallo: è un re”. Sì, è vero. Tuttavia nulla gli è stato risparmiato. I ricordi che lui aveva più vivi erano i ricordi di coloro che erano stati soldati con lui, in Russia, in Tunisia, dove Giovanni Agnelli di Torino era un po’ come Mario Rossi di Milano. Era molto legato ai suoi commilitoni. La morte del figlio Edoardo e quella del nipote Giovannino furono colpi durissimi. Sì, certo, una vita vissuta al centro del palcoscenico, ma non sempre il palcoscenico è un luogo comodo e sereno. Un uomo comunque rigoroso, passato anche attraverso mille sofferenze fisiche, ma nessuno mai lo ha sentito lamentarsi… Il padre morì quando lui aveva appena 14 anni, la madre quando ne aveva 24. Poi il nipote, il figlio… Ha detto recentemente Enzo Biagi: “C’era in Agnelli un aspetto romantico, lo ricordo parlare una volta con commozione del pilota Nuvolari. Era della stessa pasta di Ferrari, quel Ferrari che avrebbe ricavato molti più soldi vendendo la propria azienda agli americani e che, invece, preferì Agnelli per una questione di nazionalismo. La componente nazionalista è importante per capire tanto Agnelli quanto Ferrari”. Sempre a Biagi, Agnelli, il giorno dopo la morte del figlio, ripeteva con tono stanco e rassegnato: “Che tristezza, che vuoto”. Molti, scrive Biagi, “hanno sempre guardato all’aspetto appariscente, alla mondanità, a quel suo aspetto sempre così impenetrabile, al suo sorriso. E, dietro, tanti hanno visto superficialità. Credo invece che si trattasse di cognizione del dolore. E lui, che il dolore lo aveva conosciuto presto, pensava che il dolore è una cosa tua e che non devi distribuirlo agli altri. Niente gli è stato risparmiato. Ed è strano pensare che gli incidenti che hanno funestato la sua famiglia (quello del padre che muore per un colpo d’elica del suo idrovolante, quello della madre che finisce sotto un camion dalle parti di Pisa, quello dello stesso Giovanni ancora contro un autocarro vicino Cannes…) sono quasi sempre legati al mondo delle macchine, dei motori, della meccanica: il suo mondo.” Con Giovanni Agnelli se ne è andato il patriarca di una famiglia che è stata protagonista della storia economica e del costume del nostro Paese. Era un uomo solo, sia pure con un grande potere, ma solo. Da ragazzo, ha vissuto. Ma al momento opportuno ha saputo assumersi le proprie responsabilità, mettendo da parte i divertimenti giovanili, senza batter ciglio. Aveva un concetto quasi militare della vita, del dovere, delle cose che si debbono fare,  era un uomo capace di grandi attenzioni, di grandi gentilezze. Un italiano che merita grande rispetto e grande rimpianto per quell’equilibrio davvero notevole che ha accompagnato le sue scelte e i suoi pensieri nei tanti momenti critici vissuti dall’Italia del secondo dopoguerra. Entrato in Fiat nel 1946 e divenuto presidente dell’azienda nel 1966, lo ricorderemo come uno dei maggiori architetti della ricostruzione post-bellica del nostro Paese. Lo ricorderemo come un italiano di grande umanità. Lo ricorderemo come un uomo dall’eleganza e dallo stile d’altri tempi. Lo ricorderemo per l’infinita curiosità che sempre lo animava, in tutti campi. Errori? Sì, certo, era un uomo. E quale uomo non ne ha mai compiuti? Forse, l’unico vero suo grande errore fu quello di preferire (nel 1988) Cesare Romiti a Vittorio Ghidella: quest’ultimo, approdato a Torino nel 1978, aveva cambiato le sorti dell’azienda, era stato la carta vincente della vigorosa rinascita Fiat negli anni Ottanta, subito dopo la crisi degli anni Settanta. Per Romiti l’auto era un prodotto come un altro, sia pure quello che nella Fiat aveva più spazio; per Ghidella, invece, l’auto era la Fiat. Romiti era per la diversificazione; Ghidella per massicci investimenti nel solo settore che per lui meritasse: il settore auto. Oggi, col senno del poi, si può dire che fu un errore, ma all’epoca non era così scontato e, comunque, fu un errore compiuto in perfetta buona fede, con l’intenzione di rafforzare le risorse aziendali esplorando anche strade nuove. Perché non v’è dubbio alcuno che Giovanni Agnelli non riuscisse proprio a concepire una Fiat senza il settore auto. Ma tutto questo, ormai, appartiene purtroppo al passato. E oggi? L’epoca di Umberto Agnelli al Lingotto è cominciata con un gesto forte: un aumento di capitale da 5 miliardi di euro. Tre miliardi verranno pompati subito in Fiat Auto, mentre gli altri due miliardi lo saranno nei prossimi 18 mesi. E’ questa una mossa che, concretamente, pone un punto fermo sulla volontà della famiglia Agnelli di impegnarsi nel salvataggio del settore auto, verso il quale proprio Umberto Agnelli fino a qualche tempo fa sembrava non nutrire grande simpatia. Entro giugno saranno venduti anche due veri e propri gioielli di casa Fiat: la Toro Assicurazioni e la Fiat Avio. Un ulteriore passo che, una volta compiuto, legherà necessariamente gli Agnelli al progetto di salvare l’azienda tornando a farle assumere la vocazione che essa aveva al momento della sua fondazione: un’azienda “autocentrica”, principalmente produttrice di auto. Una vocazione, questa, che negli ultimi vent’anni si è persa un po’ di vista. Umberto è stato più volte sul punto di salire sul ponte di comando della Fiat. Anche il fratello lo aveva candidato a guidare il Gruppo. Ma i veti di Cuccia (Mediobanca) e le insondabili trame del destino glielo hanno sempre impedito. Ora, quello stesso destino lo pone a ricoprire quell’ufficio che anni fa era stato destinato a suo figlio, Giovanni Alberto, stroncato ad appena 33 anni da un male incurabile. A Umberto Agnelli è unanimemente riconosciuta una capacità dirigenziale di notevole spessore: all’Ifil s’è comportato sempre molto bene. Tra l’altro, egli dispone ora di un gruppo di “primi ufficiali” completamente rinnovato. Giuseppe Morchio è il nuovo amministratore delegato proveniente dalla Pirelli e dotato di una vasta esperienza nei maggiori gruppi italiani. Della squadra fa ora parte anche il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, nuovo componente del consiglio di amministrazione. Paolo Fresco (ex presidente) rimane come consulente per i rapporti con General Motors, mentre Alessandro Barberis (ex amministratore delegato) diventa vicepresidente. Dunque si riparte. Basta piangersi addosso! Si riparte da una situazione difficile: conti in rosso e quote di mercato (30,2% sul mercato italiano e 8,2% sul mercato europeo) ridotte rispetto a molti anni fa. Si badi bene: situazione difficile, ma non disperata. Nell’opera di pulizia dei conti realizzata dal nuovo consiglio di amministrazione emergono anche segnali di importanti inversioni di tendenza. Nell’ultimo trimestre, il passivo di Fiat Auto si è ridotto così come è stato quasi dimezzato l’indebitamento. Il 2003 sarà ancora un anno non facile, anche perché nei prossimi mesi dovranno essere sciolti almeno quattro nodi fondamentali. Il primo riguarda le alleanze: i rapporti con un aspirante socio come Colaninno e i rapporti con la General Motors. In particolare, dovrà essere definito il ruolo che gli americani avranno nel rilancio dell’azienda in cambio della liberazione dall’obbligo di rilevare tutta Fiat Auto nel 2004 (obbligo di cui la GM farebbe volentieri a meno). Il secondo nodo attiene al sostegno delle banche nei confronti del progetto di Umberto Agnelli e, soprattutto, all’influsso che esse potranno avere sulla scacchiera del potere politico e finanziario. Il terzo nodo da sciogliere concerne poi la capacità dell’azienda di presentarsi in tempi non troppo lunghi con modelli nuovi e accattivanti. In questo senso, il Salone dell’Auto di Ginevra che si sta aprendo in questi giorni può già dare una prima parziale idea della situazione. L’ultimo (ma non per importanza) nodo da sciogliere è rappresentato da quanto il sistema-Paese saprà contribuire al rilancio di quella che resta comunque la prima industria italiana. Insomma, è proprio iniziata la battaglia decisiva al termine della quale l’Italia potrebbe anche perdere l’ultima grande industria nazionale. Ma potrebbe anche accadere che, a fine partita, questa stessa industria risulti più forte di quanto non fosse prima della sua crisi. Staremo a vedere.