L'EDITORIALE

 

 

Non ammainare la bandiera. Forse.

(12 giugno 2005)

 

Secondo un tradizionale modo di pensare, si è soliti dire che solo gli stupidi non cambiano mai idea. Pur facendo la debita tara su questa affermazione - perché bisognerebbe sempre evitare di confondere il legittimo diritto di ritornare sui propri passi con l'incoerenza vera e propria - non si può che concordare con essa. Me ne sono ricordato sfogliando l'ultimo numero di RUOTECLASSICHE (giugno 2005), leggendo l'editoriale del direttore Raffaele Laurenzi. Titolo: "Non ammainare la bandiera". Eccolo riportato integralmente.

 

"Se Atene piange, Sparta non ride: la crisi della Fiat non giova al collezionismo e ci rattrista. L'Asi è nata a Torino per volontà di Agnelli e c'è un legame molto stretto, direi storico, fra la casa torinese e il collezionismo. I registri Fiat, Lancia e Alfa Romeo, insieme, riuniscono circa 6.000 soci e 14.000 vetture. Sono una potenza: per il numero e per la stretta collaborazione che hanno con le rispettive Case madri. Ma queste, ultimamente, hanno ben altro a cui pensare. Lo vediamo anche nel settore delle grandi manifestazioni: Mille Miglia, Auto e Moto d'Epoca, Villa d'Este sono già state "occupate" dalle marche straniere. Le nostre sono in ritirata, e coi tempi che corrono possiamo capirle: ogni risorsa deve essere destinata ai nuovi progetti, sui quali si giocano i destini dell'industria automobilistica italiana. Siamo al 'codice rosso' - è stato detto - perché la dirigenza ha fatto scelte sbagliate. Sicuramente la Fiat ha molte responsabilità, ma non tutte. Una volta si diceva: se va male la Fiat, va male l'Italia. Oggi la stessa frase va letta al contrario: se va male l'Italia, va male la Fiat, perché anche il nostro sistema-Paese ha le sue responsabilità. Se hai la sfortuna di crescere in un quartiere degradato, hai meno opportunità di chi cresce in un quartiere modello. Vale anche per le aziende. Sembrava che il vecchio sistema politico ed economico avesse assicurato alla Fiat straordinari privilegi. Col senno di poi ci rendiamo conto che i privilegi di cui la Fiat ha goduto in realtà l'hanno indebolita. Come certi bambini viziati, che genitori troppo protettivi non preparano alla vita: quando all'improvviso vengono gettati nella mischia globale, senza più sostegni, scoprono di non essere all'altezza della situazione. Infine, ci sono le nostre responsabilità. Sì, anche le nostre di italiani. Che non abbiamo lo stesso spirito nazionalistico dei francesi e dei tedeschi e facilmente ci lasciamo incantare dai modelli stranieri, spesso senza fondati motivi. Lamentiamo che le Alfa Romeo e le Lancia derivano da piattaforme comuni con modelli Fiat, che sono perciò 'spersonalizzate', ma le altre Case fanno la stessa identica cosa: è una strada obbligata se vuoi sfruttare le sinergie. Cosicché sulle stesse piattaforme si producono Saab e Opel; Volkswagen e Audi (con Seat e Skoda); Peugeot e Citroen; Jaguar e Ford; Nissan e Renault; Chrysler e Mercedes. Sul numero scorso, a pag. 104, abbiamo presentato la collezione di Gigi Sala, imprenditore milanese di successo, un intenditore di automobili: nel suo garage ci sono una decina di Lancia del passato, alcune di grande valore. Recentemente egli ha acquistato una Musa, la ventisettesima Lancia della sua vita. Ci sarà pure un motivo."

 

Ciò che scrive RUOTECLASSICHE è vero. Sì, ci sarà pure un motivo. Ed è sempre lo stesso: passione, passione, passione. Ma soprattutto l'assenza di un vizio tutto italico: quello spirito di cinico pregiudizio verso ciò che noi stessi - noi stessi italiani - sappiamo creare. Poco importa se poi è un'Alfa (nel caso specifico, la 147) a stravincere la '24 Ore' di AUTO, sbaragliando tutte le avversarie di pari segmento (giapponesi, tedesche, francesi, ecc.) e lasciando letteralmente il vuoto dietro di sé, con la seconda classificata a 4 giri di distacco. E non parliamo di auto da competizione, parliamo di auto normalissime, esattamente quelle che vediamo esposte dietro le vetrine delle concessionarie delle nostre città. Viviamo in uno strano Paese. Viviamo in un Paese in cui la Continental può permettersi - in casa nostra - di urlare uno slogan come 'Supremazia tecnologica tedesca!' e nessuno fiata; e viviamo in un Paese in cui tutti iniziano a dare addosso al Gruppo Fiat per aver 'osato' sottolineare finalmente l'italianità dei suoi prodotti con uno slogan come 'Noi vorremmo ringraziarvi in italiano: metteteci alla prova!'. Si diceva, all'inizio, degli stupidi che non cambiano mai idea. La stampa italiana, si sa, non è mai stata particolarmente tenera coi nostri prodotti, tutta presa dalla frenesia di dimostrare a qualunque costo la propria indipendenza intellettuale: meglio non sottolineare gli eventuali pregi di un'auto nostrana... Gli italiani, inventori degli spaghetti, della pizza e della dietrologia, potrebbero pensar male... Meglio allora sminuire i pregi ed enfatizzare i difetti: l'unico modo per dimostrare di essere davvero indipendenti... RUOTECLASSICHE, una volta tanto, ha avuto almeno il coraggio di invertire la tendenza e di parlare anche delle nostre responsabilità, di noi italiani: è regola imprescindibile quella che vuole che nessuna industria automobilistica può sopravvivere senza il proprio mercato interno. Tra i paesi dotati di una propria industria automobilistica nazionale, l'Italia è l'unico al mondo in cui buona parte di politici e amministratori (primo ministro compreso) viaggia su auto straniere. Un'ottima dimostrazione - qualcuno dice - di 'sano europeismo' e di 'mercato aperto e maturo'. Già, peccato che in Germania ci sono illustri esponenti parlamentari che dichiarano (appena una ventina di giorni fa) di 'vomitare al solo pensiero di non viaggiare su auto tedesche'. Che ci vogliamo fare? Vorrà dire che in Germania non sono europeisti, non sono aperti e non sono neanche maturi. In compenso, però, sono orgogliosi. E scusate se è poco. Forse basterebbe semplicemente riflettere su un fatto: che la tedesca Continental quel suo slogan l'ha adoperato solo nella campagna pubblicitaria italiana, perché in Germania sanno bene che in un qualunque altro paese sarebbe stato un clamoroso autogol. In Italia invece no. Come scrive Raffaele Laurenzi nel suo editoriale: ci sarà pure un motivo.

 

 

 


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