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ADDITIVI
ANTIATTRITO-ANTIUSURA PER OLIO MOTORE |
1.
Premessa
A
partire dai primi anni Novanta, diverse aziende si sono affacciate sul
difficile mercato degli additivi per lubrificanti, ma soltanto una piccola
parte di queste ha festeggiato il nuovo millennio, nonostante quello
chimico sia uno dei settori industriali in maggiore crescita, forse grazie
a prodotti realmente validi, realizzati in regime di qualità noto ed
univoco (ISO 9002, ISO 9001) ed approvati da enti super partes. Si
tratta di un argomento interessante ma, allo stesso tempo, complesso e
delicato da trattare. In primo luogo, è indispensabile circoscrivere la
nostra analisi per scoprire innanzitutto cosa si intende per additivo,
quali sono le sue funzioni e capire come utilizzarlo.
2.
Additivi: cosa sono?
Gli
additivi sono composti chimici che vanno aggiunti (da questo il nome
"additivi") a prodotti base per migliorarne determinate caratteristiche.
Nel
mondo della lubrificazione, esistono numerosi additivi utilizzati per
ottimizzare le caratteristiche dei lubrificanti stessi in base al loro
specifico impiego. I più conosciuti sono gli additivi antischiuma,
antiossidanti, detergenti, disperdenti, anticorrosivi e antiruggine,
correttori di viscosità, antiusura per alte pressioni e promotori di
scorrevolezza. Ogni
olio lubrificante contiene già all'origine una percentuale di questi
composti chimici.
Quelli di cui parleremo in questo articolo sono i
cosiddetti riduttori di attrito ed antiusura per alte pressioni (EP,
abbreviazione di Extreme Pressure, pressione estrema).
3. Gli
additivi al lavoro
Le
proprietà attribuite a questi prodotti sono numerosissime: riduzione
degli attriti e dell'usura con conseguente incremento della potenza del
motore e della coppia, abbassamento delle temperature di esercizio del
lubrificante e del motore, diminuzione della rumorosità, riduzione dei
consumi di carburante, permanenza di un velo d'olio anche a freddo per
facilitare il primo avviamento e ridurre la forte usura generata proprio
nelle prime fasi in cui il motore è in moto. In sintesi, ci si prefigge di
incrementare la costanza di tenuta del film lubrificante con l'aumentare
della gravità del lavoro, per carico, pressione d'esercizio o per range
di temperature maggiori e/o minori. A molti additivi è attribuita
un'attrazione polare, ovvero la capacità di aderire alle superfici in
attrito tale da generare una pellicola lubrificante più resistente
all'usura anche in condizioni critiche di funzionamento del motore.
L'antesignano
dei lubrificanti polarizzati è stato il ricino, apprezzato per le
eccellenti caratteristiche di adesione al metallo (la molecola di ricino
è un dipolo elettrico che si comporta come una sorta di calamita), ma
caduto in disuso (non nei due tempi da competizione, dove è ancora molto
apprezzato) per la grande quantità di morchie e residui gommosi lasciati
nel motore. Oggi,
oltre alle molecole di cloro e di fluoro, esistono alcuni nuovi
lubrificanti sintetici in grado di instaurare questo legame polare con il
metallo, garantendo la massima protezione del motore anche durante
l'avviamento, fase in cui questo subisce la maggiore usura determinata
dalla scarsa quantità di olio presente nei punti critici.
4.
Le famiglie di additivi antiattrito-antiusura
Nella
meccanica non si è inventato nulla di veramente rivoluzionario negli
ultimi 50 anni. Il progresso di cui abbiamo potuto beneficiare in campo
motoristico è stato possibile grazie alle applicazioni fluidodinamiche e
all'elettronica, oltre ad un vantaggio garantito dall'ottimizzazione dei
materiali e delle lavorazioni meccaniche. Uno
dei progressi più evidenti è stato quello compiuto nell'ambito della
lubrificazione. Se 30 anni fa un motore percorreva 40.000 Km prima di
essere revisionato (bronzine, fasce elastiche e valvole) ed oggi si arriva
a 200.000 Km, gran parte del merito è da attribuire agli enormi progressi
compiuti dalle industrie petrolifere nella realizzazione di oli
lubrificanti sempre più validi, in grado di garantire anche fino a 30.000
Km di percorrenza. Tutto ciò è stato possibile proprio grazie agli
additivi, miscelati nel lubrificante in piccolissime quantità (si parla
di poche parti su cento fino a poche parti su mille, se si escludono i
correttori di viscosità). Ora,
è ovvio che migliorare lubrificanti così evoluti non è cosa facile come
poteva essere invece 15 o 20 anni fa.
I
nostri additivi antiusura, antiattrito e, forse, "portatori di
cavalli", si dividono in due gruppi: gli additivi con molecole
solide e gli additivi completamente liquidi. I primi possono contenere
PTFE o teflon che dir si voglia, disolfuro di molibdeno, fullerene C60, grafite e ceramica; i secondi sono quelli che contengono cloro,
cloroparaffine short chain e ditiofosfato di zinco. Una terza famiglia è
quella dei compositi, ovvero additivi formulati unendo due o più molecole
solide o liquide. Uno degli esempi più frequenti è l'abbinamento di PTFE
con cloroparaffine. A questo punto, passiamo ad analizzare, per ogni tipo
di additivo, caratteristiche, vantaggi ed eventuali svantaggi che il suo
impiego può determinare.
5.
Additivi liquidi: cloro, cloroparaffine, ditiofosfato di zinco
Le
cloroparaffine sono tra i migliori additivi EP in assoluto. Gli additivi a
base di cloro sono sempre stati apprezzati per le loro eccellenti
caratteristiche antiusura, per il miglioramento della scorrevolezza in
caso di attrito radente e sono stati largamente impiegati, soprattutto nel
passato, anche nella formulazione di oli convenzionali. Le attuali
normative sui lubrificanti specificano comunque che la quantità massima
di cloro contenuta in un olio motore non deve eccedere le 500 parti per
milione. Il pregio delle cloroparaffine è l'attrazione polare che sono in
grado di instaurare con le pareti metalliche. In questo modo, le filiformi
cloroparaffine riescono ad insinuarsi tra le microcreste del metallo,
creando una pellicola lubrificante molto tenace, in grado di ridurre
drasticamente l'attrito, l'usura e ottimizzare la scorrevolezza. Queste famiglie di additivi hanno
però avuto enormi
problemi in sede di test di laboratorio per poter poi essere liberamente
commercializzati. Il problema riguarda la stabilità delle cloroparaffine
stesse quando vengono sottoposte a stress termici e sono a contatto con il
vapore acqueo all'interno del motore: se non sono stabili, infatti,
possono liberare cloro. Quest'ultimo, a sua volta, può reagire con il
vapore di condensa presente nel basamento e nella testata, formando acido
cloridrico che attacca i metalli bianchi delle bronzine, i segmenti e le
guarnizioni, con ovvie conseguenze deleterie. Le
aziende che producono additivi per oli lubrificanti a base di
cloroparaffine hanno avuto l'onere di ottimizzare queste molecole al fine
di renderle stabili ed evitare la dispersione di cloro nel motore che,
oltre a causare i problemi citati, diviene estremamente pericoloso da
inalare quando viene bruciato in camera di scoppio. La sua combustione,
infatti, genera diossine della cui tossicità è superfluo parlare. Lo
stesso discorso, a livello di pericolosità per la salute e l'ambiente,
deve essere fatto anche per il ditiofosfato di zinco, altro additivo
liquido caratterizzato da eccellenti qualità antiattrito-antiusura.
C'è
da dire che la stragrande maggioranza degli additivi basati su
cloroparaffine attualmente distribuiti in Italia e negli altri paesi più
evoluti sono caratterizzati da molecole stabili, in grado di superare
anche i test più severi effettuati prima di poter commercializzare un
lubrificante.
6.
Additivi con molecole solide: PTFE, disolfuro di molibdeno, grafite,
ceramica, fullerene C60
Questa
famiglia di additivi è caratterizzata, appunto, da molecole solide
contenute in un fluido veicolante. La possibilità che si creino dei
coaguli di particelle solide, in grado di intasare il filtro olio con
conseguenze facilmente intuibili, deve essere scongiurata dalla bontà del
veicolante che dovrà avere proprietà lubrificanti, antiruggine e
detergenti, oltre ad elevate caratteristiche di sospensione e dispersione
delle molecole solide in esso disciolte. Considerando che il filtro olio
è in grado di filtrare particelle fino a 15-17 micron, le molecole solide
dovranno avere dimensioni inferiori. Su motori particolarmente usurati,
questa famiglia di additivi svolge una buona funzione di riempimento,
riducendo i consumi d'olio e restituendo parzialmente e temporaneamente
(nessuno fa miracoli!) compressione e potenza al motore. Grazie alla
maggiore compressione, sulle vecchie auto è possibile notare anche un
calo delle emissioni di idrocarburi incombusti ed un miglioramento della
combustione. A tal riguardo, è però da ricordare che le molecole di fullerene, per via delle loro dimensioni
contenute, non garantiscono un effetto riempitivo come quello dei prodotti
a base di PTFE.
PTFE
PTFE
(abbreviazione di politetrafluoroetilene), meglio conosciuto come teflon. E' un polimero dotato di eccellenti
caratteristiche antiattrito, inerte e praticamente stabile. Resiste fino
ad una temperatura massima di 350 °C. Il diametro delle particelle di
teflon utilizzate negli additivi di migliore qualità è compreso tra gli
0,02 ed i 2 micron (1 micron equivale alla millesima parte del millimetro)
e ciò rende impossibile l'ostruzione del filtro olio o dei vari canali di
lubrificazione. Particelle di dimensioni così contenute possono
essere ottenute soltanto bombardando il teflon con raggi gamma,
tralasciando ogni altra forma di lavorazione. Al fine di garantire uno
sfruttamento ottimale del potere lubrificante delle resine
fluorocarboniche, è essenziale che il veicolante in cui sono disciolte
garantisca sempre ottimi livelli di dispersione e sospensione delle
particelle, per evitare la formazione di coaguli potenzialmente in grado
di ostruire il filtro dell'olio e le canalizzazioni minori. Un cattivo
impiego di questo prodotto (additivi con veicolanti non efficaci, uso di
particelle di dimensioni eccessive) ha fatto sì che la DuPont,
proprietaria del marchio e del brevetto della molecola del teflon, ne
sconsigliò l'impiego nella lubrificazione dei motori in una lettera del
1984, più per sollevarsi da responsabilità generate da usi impropri e da
prodotti scadenti che dalla reale pericolosità per i propulsori del loro
prodotto, il quale viene ormai utilizzato da tanti anni anche in Italia.
La DuPont è anche proprietaria della Krytox, azienda (specializzata nella
produzione di lubrificanti) che non annovera tra i suoi prodotti additivi
olio motore a base di teflon.
GRAFITE
E MOLIBDENO
La
grafite e il disolfuro di molibdeno sono largamente impiegati nelle
formulazioni di grassi per uso industriale proprio per le loro eccellenti
caratteristiche antiattrito-antiusura, per la stabilità chimica (sebbene
la stabilità della grafite sia nettamente superiore a quella del
disolfuro di molibdeno) e per la resistenza alle alte temperature (anche
in questo caso la grafite ha caratteristiche superiori a quelle del
disolfuro di molibdeno). Le particelle di disolfuro di molibdeno e grafite
hanno una conformazione lamellare, la cui tendenza alla sovrapposizione
garantisce un velo lubrificante estremamente resistente ai carichi ed alle
elevate temperature. Come per il teflon (PTFE), anche per la grafite e per il
disolfuro di molibdeno è necessario poter utilizzare un veicolante in
grado di fornire ottime caratteristiche di dispersione e sospensione,
oltre che detergenti, al fine di evitare la formazione di morchie, vero
punto debole di questi composti. Utilizzando questi additivi, tecnicamente
molto validi, è necessario sostituire l'olio ed il filtro olio con
regolarità, ripetendo sempre il trattamento.
FULLERENE
C60
Parliamo
ora della famiglia dei derivati del carbonio: gli additivi a base di
fullerene. Quest'ultimo è una molecola complessa ottenuta mediante
particolari bombardamenti di atomi di carbonio, che si uniscono tra loro
formando un reticolo simile a quello della cucitura di un pallone da
calcio. Le molecole di fullerene, nelle applicazioni motoristiche, vengono
diluite all'interno di un veicolante e si comportano come un cuscinetto
tra le parerti metalliche in contatto, trasformando così l'attrito
radente (attrito tra due superfici che strisciano una sull'altra) in
attrito volvente (attrito che si genera tra corpi che rotolano tra loro
senza strisciare: esempio, i cuscinetti a sfera). Che si tratti di un
prodotto in grado di ridurre attrito e usura ed innocuo per il motore è
testimoniato dal fatto che grandi aziende petrolifere (tra le quali
possiamo citare la Bardhal) lo hanno scelto per additivare i loro migliori
oli lubrificanti, in grado così di ridurre il consumo di carburante. Il
fullerene, poi, non crea alcun tipo di danno al motore, neanche nel lungo
periodo. Una volta aggiunto all'olio lubrificante, esso resta nel motore
(a detta delle aziende che lo commercializzano) per circa 40.000 Km: dopo
di che è necessario ripetere il trattamento.
CERAMICA
Quando
si parla di ceramica liquida nel motore, ci sono da fare alcune
considerazioni. La
ceramica è fondamentalmente terra cotta, ovvero silicio, lo stesso
materiale usato per realizzare smerigli di ogni tipo, in grado di
consumare metalli con facilità: dunque, c'è qualcosa che effettivamente non
torna... Quanti
di voi metterebbero una manciata di terra nel loro motore? Visto che la
ceramica è liquida soltanto a temperature ben superiori a quelle di
funzionamento di un motore e che microparticelle solide di ceramica
potrebbero danneggiare seriamente il propulsore stesso per via della loro
funzione abrasiva, c'è da chiedersi cosa ci sia realmente negli additivi
a base di "ceramica liquida". Probabilmente,
molti additivi sono stati definiti "ceramici" (denominazione
utilizzata in pochissimi paesi al mondo) per questioni commerciali o per
altre ragioni, ma sicuramente non perché contengono realmente ceramica,
almeno così come la intendiamo noi. Con
molta probabilità, si tratta di additivi contenenti polimeri simili al
PTFE, come ad esempio il tetrafluorietilene (polimero derivato dal PTFE),
e composti dello zinco. I riporti ceramici che fecero il loro ingresso,
nella Formula 1 dei motori turbo da 1.000 cv/litro, sui pistoni e sulle
teste (per isolare la camera di scoppio, aumentare l'adiabaticità del
motore e isolare dal calore determinate zone della testa o del pistone),
non hanno nulla a che fare con questa pseudo-ceramica: quei riporti
vengono effettuati con particolari vernici, cotte poi in forno ad
altissime temperatura; non vengono miscelati al lubrificante. Comunque,
a prescindere da questi dubbi sulla loro formulazione, c'è da dire che
alcuni additivi "ceramici" funzionano molto bene, soprattutto su motori
usurati.
7.
Additivi e incrementi di potenza
Ma
allora, questi additivi garantiscono effettivamente un incremento della
potenza del motore? Ci
limitiamo a fare alcune considerazioni. Che
una riduzione dell'attrito radente assicuri un incremento di potenza e una
diminuzione dell'usura e dei consumi di carburante è scontato, come pure
che un additivo di buona qualità con molecole solide garantisca un
incremento della compressione su motori particolarmente usurati,
restituendo parzialmente potenza e coppia. Quantificare però questo
incremento di potenza è una chimera, in quanto bisognerebbe organizzare
una prova scientifica, portando in una sala prova dieci motori identici e
sperimentare su ognuno di essi un diverso additivo per valutarne le
effettive peculiarità (verificando l'usura degli organi interni a fine
ciclo). Alla fine di questo test, bisognerebbe acquistare altri dieci
motori e ripetere la prova, nel completo rispetto del metodo scientifico.
I costi per effettuare una simile operazione sono elevatissimi e, almeno
fino a oggi, nessuno ha voluto gettarsi in una simile impresa. Un'ultima
considerazione dovrebbe poi essere fatta in merito ai veicolanti. Un
veicolante molto fluido, come spesso capita di vedere tra gli additivi,
fluidifica l'olio presente nel motore. Un olio più fluido assorbe meno
potenza dal motore di quanto non faccia uno meno fluido per far funzionare
la pompa dell'olio: ebbene, quanta della potenza che si legge al banco prova viene
dalla riduzione dell'attrito e quanta deriva da una maggiore fluidità
dell'olio lubrificante additivato? Una
cosa comunque è certa: molto più importante dei 2 o 3 cavalli ottenibili
è garantire al motore maggiore protezione possibile negli avviamenti a
freddo e nelle condizioni di impiego estreme, fasi in cui si lamenta la
maggiore usura degli organi meccanici.
8.
Qualche consiglio finale
Possiamo
a questo punto trarre delle conclusioni. Dopo
un periodo iniziale di confusione, a cavallo degli anni Novanta, c'è
stata una certa scrematura: gli additivi più longevi sul mercato hanno
dimostrato con il tempo di garantire certi risultati e, soprattutto, di
non danneggiare i motori su cui vengono impiegati. Questo è ottenuto
grazie a dei test di omologazione sempre più scrupolosi e alla dura legge
del mercato. Il consiglio è quello di acquistare prodotti di aziende
note, che possano vantare una lunga presenza sul mercato, e di cui si
conosca l'effettiva composizione chimica. E'
di fondamentale importanza, poi, seguire scrupolosamente le indicazioni
del produttore-distributore-importatore del prodotto riguardo alle
modalità di impiego dello stesso, onde evitare qualsiasi genere di
problema al nostro motore. Un'ultima
raccomandazione riguarda i motori nuovi: evitate di usare questi prodotti
su motori che non abbiano terminato il rodaggio e che non abbiano percorso
almeno 15.000 - 20.000 Km, per evitare un inadeguato assestamento dei vari
organi.
Materiale
tratto da ELABORARE n° 83
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