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MOTORE ALFA ROMEO 2.0
JTS |
1.
Premessa.
L'arrivo
sul mercato, a metà 2002, della prima leggera ristilizzazione di 156 e
Sportwagon, è per l'Alfa Romeo l'occasione per lanciare nei propri listini una
nuova tecnologia motoristica, destinata ad avere poi largo seguito.
La
sigla identificativa di questa tecnologia è "JTS"
e la cilindrata scelta per il suo primo debutto è stata la 2000 cc. La
sigla JTS sta per "Jet Thrust Stoichiometric" e l'esatta
comprensione del suo significato non può che passare per alcune
necessarie considerazioni preliminari.
2.
I motori "lean-burn" (motori a combustione magra).
Innanzitutto,
sarà bene ricordare come la miscela aria-carburante nella camera di
combustione riesca ad accendersi in modo ottimale solo quando le
particelle di aria e di combustibile si trovano uniformemente mescolate
tra di loro in una ben precisa proporzione. Tale proporzione rappresenta
il cosiddetto "rapporto stechiometrico" (anche detto
"lambda=1"), pari a 14,7/1 : per la completa combustione di 1 Kg
di benzina, quindi, sono teoricamente necessari 14,7 Kg di aria. Se,
a pari quantità d'aria, i contenuti di benzina decrescono, l'accensione
diventa sempre più problematica; infatti, in una miscela
"magra" (cioè, una miscela con un eccesso d'aria) e
perfettamente omogenea, le particelle di combustibile presenti nella
camera saranno distanziate tra loro e, nei casi estremi, si arriverà al
punto che la fiamma troverà difficoltà a trasferirsi da un nucleo di
fuoco all'altro. Questo è il motivo per cui nei motori tradizionali non
si può smagrire la carburazione oltre certi limiti, pena il funzionamento
irregolare del propulsore e la marcia a singhiozzo dell'auto. Questa
regola è stata parzialmente derogata dalla nascita dei motori "lean-burn"
(di prevalente sviluppo giapponese), in grado di assicurare combustioni
stabili anche con una miscela relativamente magra, cioè con un rapporto
aria-carburante anche più alto del rassicurante valore stechiometrico
(14,7/1). La messa a punto di tali motori fu la conseguenza delle crisi
energetiche degli anni Ottanta e portò ad ottenere moderati risparmi di
combustibile (10-15%) quando le vetture marciavano alle basse e medie
utilizzazioni di giri motore e di coppie. E'
ovvio che nel caso dei motori lean-burn, l'imperativo categorico che
animò i progettisti giapponesi fu sempre quello di evitare la dispersione
uniforme della benzina nella camera di combustione, studiando soluzioni
atte a tenere il più possibile ravvicinati i corpuscoli di combustibile.
Ciò allo scopo di realizzare "localmente" (e in prossimità
della candela) proporzioni di aria e di benzina prossime al rapporto
stechiometrico: un po' come creare tante piccole "isole" (tra
loro separate) di miscela a rapporto stechiometrico. Al di fuori di queste
zone (o, se preferite, isole), i vapori di benzina erano sempre più
rarefatti rispetto all'aria e la loro accensione poteva avvenire solo a
seguito dell'avvio della combustione nelle varie "isole" stechiometriche presenti attorno alla candela.
Era
così nata la cosiddetta "carica stratificata", per realizzare
la quale si dovette ricorrere soprattutto a particolari geometrie dei
condotti di aspirazione. Ed
è proprio da qui che nasce la comune distinzione tra "motori
stratificati" (con combustione stratificata) e "motori
stechiometrici" (con combustione stechiometrica). Da
sottolineare, però, che quando si parla di "motori
stratificati", in realtà ci si riferisce a motori che presentano una
carica stratificata solo in alcune zone del piano coppia-giri del
motore, cioè le zone basse e medie. Infatti,
sulla strada, il rendimento dei motori lean-burn era positivo solo se il
motore veniva impiegato alle basse e medie utilizzazioni. Ciò
accadeva perché non appena l'acceleratore veniva angolato oltre certi valori, le
proporzioni della miscela aria-benzina dovevano necessariamente essere
riportate ai valori tradizionali: in caso contrario, vi sarebbero stati
grossi rischi per l'integrità del motore a causa delle pericolose
temperature che, in presenza di miscela magra, si sarebbero raggiunte
nella camera di combustione. A tale scopo, si progettavano i condotti di
aspirazione in modo tale che all'aria in ingresso al motore fossero
impresse turbolenze tali da ridurne la portata: il che, appunto, si
traduceva in una perdita di prestazioni nel funzionamento del motore ai
regimi alti e medio-alti. Tra
l'altro, il sistema di alimentazione di questi motori lean-burn era del
tipo tradizionale, cioè con l'iniettore disposto nel collettore di
aspirazione: ciò faceva sì che il motore fosse soggetto a criticabili
condizioni di funzionamento quali il bagnamento delle pareti dei
collettori e conseguenti situazioni di smagrimento e arricchimento della
miscela aria/benzina che
finivano con l'aumentare le emissioni inquinanti e con il peggiorare i
consumi. Proprio allo scopo di risolvere questi ultimi problemi, si
decise di ricorrere all'iniezione diretta, spostando la
"gettata" del combustibile dal collettore di aspirazione alla
camera di combustione.
3.
L'iniezione diretta in generale e l'iniezione diretta stratificata.
In
generale, i vantaggi derivanti dall'impiego dello schema di iniezione
diretta sono notevoli. Infatti,
la benzina viene spruzzata direttamente nella camera di combustione e ciò
raffredda l'aria più di quanto non avvenga nei propulsori tradizionali
(in cui, invece, gli abbassamenti di temperatura interessano soprattutto i
collettori di aspirazione). La carica entrante si raffredda e, di
conseguenza, aumenta la densità dell'aria, con la conseguenza che si
incrementa il grado di riempimento del motore e, quindi, si hanno
apprezzabili aumenti prestazionali. Inoltre,
l'iniezione diretta dà la possibilità di aumentare il rapporto di
compressione del motore, in quanto la ridotta temperatura della camera di
combustione allontana il rischio di detonazione (cioè, il rischio del
cosiddetto "battito in testa"). Tra l'altro, tutto questo si
traduce in un incremento della pressione media effettiva del motore pari a
circa il 10%, con una conseguente riduzione dei consumi pari a circa il
4-5%. E
sempre sul fronte dei consumi di carburante, si può aggiungere che
qualche ulteriore vantaggio deriva dalla possibilità di allungare i
rapporti del cambio in proporzione all'incremento di coppia ottenuto
rispetto ad una corrispondente versione a iniezione
indiretta. In
definitiva, l'iniezione diretta è in grado di garantire maggiore potenza
e minori consumi. In più, la tempestività dell'arrivo del combustibile
nella camera di combustione si traduce anche in una maggiore prontezza di
risposta del motore. Ma
in realtà, l'incremento prestazionale (potenza, coppia e prontezza di
risposta) garantito dall'iniezione diretta viene notevolmente attenuato se
ad essa viene affiancato l'uso del sistema della carica stratificata
(soluzione adottata dai progettisti giapponesi). Infatti,
la necessità di imprimere all'aria aspirata dal motore le turbolenze
utili a ridurre la portata dell'aria stessa (ed evitare così il grave
rischio che lo smagrimento della miscela si protragga anche ai regimi
alti e medio-alti) e a irreggimentare i movimenti delle particelle di
combustibile, si traduceva in un decremento prestazionale: alla fine, la
sensazione di brillantezza dei motori a iniezione diretta stratificata era
inferiore a quella dei tradizionali propulsori ad iniezione indiretta
stechiometrica.
4.
L'anima del 2.0 JTS.
Proprio
tenendo conto di tutto ciò, i tecnici Alfa decidono di intraprendere
una strada differente dai loro omologhi giapponesi, scegliendo di scartare sin
dall'inizio l'ipotesi dell'adozione di una iniezione diretta stratificata
(la quale avrebbe sì portato ad una riduzione dei consumi ma anche ad un
notevole decremento prestazionale in termini di potenza, coppia e
prontezza del propulsore) e optando per la messa a punto di una iniezione
diretta prevalentemente stechiometrica, cioè funzionante prevalentemente con carica
omogenea (nel senso di "non stratificata") e miscele
stechiometriche (cioè, miscele con rapporto aria-benzina pari al rapporto
stechiometrico: 14,7/1). Ma
andiamo per ordine. La
cilindrata prescelta per il primo JTS dell'Alfa è sempre la 1970 cc dei
precedenti motori Twin Spark 2000 cc impiegati dalla Casa. Per
realizzare l'iniezione diretta, i tecnici si trovano costretti a progettare una nuova
testa cilindri, nuovi
stantuffi, nuovi alberi a camme e un nuovo impianto di scarico, oltre a
tanti altri particolari secondari.
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Il risultato è un propulsore che può
usufruire di un rapporto di compressione 11,25:1. Anche
le fasature della distribuzione sono inedite, sia per quanto riguarda le
alzate che per quanto riguarda gli incroci. Ovviamente,
però, la principale novità consiste proprio nel sistema di alimentazione.
Infatti,
nei tradizionali motori ad iniezione indiretta (cosiddetti "PFI",
Port-Fuel-Injection), la benzina è spruzzata nel collettore di
alimentazione aria: quindi, in questi propulsori il combustibile viene
iniettato all'esterno della camera di combustione e le pompe elettriche di
alimentazione sono chiamate a fornire una pressione massima di 3,5 bar
contro i 100 bar e oltre occorrenti invece per i motori ad iniezione
diretta (cosiddetti "GDI", Gasoline Direct Injection), in cui il
combustibile viene iniettato direttamente all'interno della camera di
combustione. Nell'immagine che segue, è possibile osservare l'iniettore
laterale, le quattro valvole, la candela centrale e lo stantuffo del 2.0
JTS.
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L'adozione
dell'iniezione diretta stechiometrica permette all'Alfa di
migliorare notevolmente le prestazioni del già valido 2.0 Twin Spark,
consentendo di raggiungere la potenza massima di 165 cv al regime di 6400
giri/minuto, con un incremento (rispetto al 2.0 TS) del 10% sulle potenze
massime: un incremento che, in pratica, si può fare corrispondere ad un
aumento di cilindrata di 300 cc circa del motore base. Ma ancora più
interessanti sono le prestazioni ai bassi regimi, in quanto il 2.0 JTS è
in grado di sviluppare una coppia massima di 201 Nm a soli 3250
giri/minuto contro i 181 Nm del 2000 TS che, tra l'altro, li eroga a 4200
giri/minuto. Ebbene, al momento del
debutto, la considerazione che qualche motore di tipo corsaiolo della concorrenza
ottiene la prestazione massima a regimi ben superiori ai 7000 giri/minuto
porta a classificare questo 2 litri Alfa Romeo come il 4 cilindri aspirato
più potente del mondo per la sua potenza specifica massima di 61 Kw per
litro di cilindrata ottenuta poco sopra i 6000 giri/minuto. Esaminando
da vicino la testa cilindri, è possibile notare come ogni condotto
di aspirazione si sviluppi in modo praticamente rettilineo e in modo molto
inclinato rispetto ad un piano orizzontale.
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Viene
in questo modo ad essere favorito il riempimento del cilindro, con un
conseguente riscontro positivo sul rendimento e sulle prestazioni
complessive del propulsore.
5.
L'iniezione diretta semi-stratificata del 2.0 JTS.
Per
comprendere a fondo l'ottimo lavoro svolto dai tecnici del Biscione, non
si può trascurare un altro importante aspetto del motore 2.0 JTS. Sarà
però opportuno fare una fondamentale premessa. Ridurre sino ai limiti di legge le
emissioni inquinanti di un motore funzionante con miscele magre e carica
stratificata (motori lean-burn) è una questione molto complessa. In
tali motori, infatti, la classica marmitta catalitica a tre vie o
trivalente (definita in questi due modi perché consente di eliminare tre
sostanze inquinanti: CO,
HC e NOx) non è in grado di abbattere a sufficienza gli ossidi
di azoto (NOx), a causa del fatto che la sua funzionalità diminuisce quando il
rapporto aria/benzina si allontana dal rapporto stechiometrico
(14,7/1). Il
problema della purificazione degli ossidi di azoto dai motori a
combustione magra (lean-burn), allora, è stato affrontato dalle case
automobilistiche giapponesi (in cui, ricordiamo, il motori lean-burn sono
stati inizialmente messi a punto) con l'impiego di marmitte catalitiche
(cosiddette "DeNOx") capaci di assorbire anche gli ossidi di
azoto (NOx). Tale
soluzione non ha creato particolari problemi in Giappone, ma così non è
stato né in Europa né in Nord America. Infatti, le benzine qui
utilizzate contengono anche zolfo, il quale ha l'effetto di incidere
negativamente sulla resa dei catalizzatori DeNOx. La loro efficienza
potrebbe essere in realtà ripristinata arricchendo temporaneamente la
miscela aria/benzina (mediante un aumento della percentuale di benzina), ma ciò
andrebbe inevitabilmente a scapito dei consumi, annullando di fatto i
vantaggi dell'adozione della carica stratificata (la quale, appunto, ha
come proprio obiettivo non maggiori prestazioni ma minori consumi).
Ebbene,
come già accennato, il motore Alfa Romeo 2.0 JTS funziona prevalentemente con
carica omogenea (nel senso di "non stratificata") e miscele
stechiometriche (cioè, miscele con rapporto aria-benzina pari al rapporto
stechiometrico: 14,7/1). Ora,
se da una parte è vero che proprio questa caratteristica rende
possibile ottenere una buona conversione di tutte le sostanze inquinanti
(NOx
compresi!) anche attraverso le normali marmitte catalitiche trivalenti e
senza la necessità di ricorrere alle fin troppo delicate marmitte catalitiche
DeNOx, è però altrettanto vero che in sede di messa a punto del
propulsore era apparsa chiara la impossibilità (utilizzando i normali
catalizzatori trivalenti) di abbattere gli ossidi di azoto (NOx) sino ai
bassissimi valori richiesti dalla normativa europea
anti-inquinamento Euro4 in vigore dal 2006. Per
far fronte a questo problema, si è reso allora necessario ricorrere al
ricircolo dei gas di scarico, ottenuto mediante un semplice sistema dal
costo praticamente nullo e basato sul rientro (realizzando un incrocio
distribuzione di una certa entità) nella camera di combustione di una
certa percentuale di gas combusti. Si
è così attuata la cosiddetta IGR (Internal Gas Recirculation), ben
diversa dalla più famosa e diffusa EGR (External Gas Recirculation).
Nel
caso della tecnica IGR, il gas viene riciclato in aspirazione prelevandolo
dal collettore di scarico. Questa soluzione, però, pur risolvendo il
problema delle emissioni di ossidi di azoto (NOx), provoca
gravi disturbi sulla regolarità del motore ai bassi regimi perché il gas
introdotto in camera dà origine ad una miscela magra che genera mancate
accensioni. Ebbene,
per eliminare questo problema, anche ai tecnici Alfa non restava che
ricorrere alla tecnica della stratificazione, raccogliendo così le
molecole di combustibile sparse nella camera e concentrandole nelle
vicinanze della candela. Nel
caso del 2.0 JTS, la stratificazione è stata ottenuta ritardando l'iniezione
del combustibile, il quale viene spruzzato dentro una piccola conca
(visibile nell'immagine sotto riportata) che è ricavata sulla testa dello
stantuffo e che ha la funzione di deviare la benzina verso la candela.
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Ma
è proprio a questo punto che arriva la fondamentale novità del motore
2.0 JTS:
l'utilizzazione della tecnica della
stratificazione della miscela aria/benzina solo ai bassissimi regimi
(cioè, solo al di sotto dei 1500 giri/minuto). Come
è possibile osservare nella figura sottostante, infatti, il
piano coppia-giri può essere facilmente suddiviso in tre zone: una prima
ridottissima zona di miscela stratificata, una seconda vasta zona con
alimentazione stechiometrica e, infine, la zona delle massime coppie in
cui la miscela viene tenuta ricca.
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Inoltre,
va sottolineato che il 2.0 JTS non utilizza dispendiosi quanto delicati
sistemi di post-trattamento degli ossidi di azoto e che il ricircolo dei
gas di scarico avviene a costo nullo poiché si realizza con un adeguato
incrocio degli alberi a camme, ottenuto con lo stesso variatore di fase
(lato aspirazione) già parte del precedente motore 2.0 Twin Spark. Per completezza, ricordiamo
che la fase stratificata si avvale di un incrocio di 52° e di un rapporto
aria/benzina prossimo a 21. Ebbene,
il particolarissimo funzionamento dell'Alfa Romeo JTS fa sì che esso non
possa essere collocato nella categoria dei motori puramente stechiometrici
né (vista la piccola zona di lavoro con miscele magre) in quella dei
motori stratificati. Appare quindi coerente la definizione di "motore semi-stratificato".
6.
Conclusioni.
Nel
paragrafo 3, abbiamo accennato alle riduzioni del consumo di carburante
conseguenti all'adozione dell'iniezione diretta, riferendoci all'ipotesi
di una iniezione diretta di tipo tradizionale, intendendo per
"tradizionale" l'iniezione diretta stechiometrica (cioè, lo
ricordiamo, funzionante con carica
omogenea, nel senso di "non stratificata", e miscele con rapporto aria-benzina pari al rapporto
stechiometrico: 14,7/1). Ebbene,
all'alto rapporto di compressione adottato nel 2.0 JTS, al ricircolo dei gas
di scarico e ai vantaggi del non bagnamento delle pareti dei collettori di
alimentazione nei transitori, si aggiungono i piccoli ma non trascurabili
vantaggi di consumo che si ottengono nella fase stratificata. In
questo contesto, c'è poi da dire che l'Alfa, allo scopo di ottenere
ancora più briosità ed elasticità rispetto al già ottimo Twin Spark,
ha ritenuto col 2.0 JTS di non dover allungare i rapporti di trasmissione, con
l'apprezzabile risultato di un buon 15% di superiorità nella ripresa da
80 a 120 km/h. Un
ultimo (ma non per importanza) aspetto che della progettazione di questo
nuovo propulsore va sottolineato riguarda le scelte fatte in tema di
numero e collocazione dei catalizzatori. E' infatti questo un fattore che
incide non poco sulla resa prestazionale complessiva della vettura.
L'immagine
sottostante raffigura la
disposizione scelta per i motori Twin Spark.
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Si notano due
pre-catalizzatori collocati nel collettore di scarico appena a valle delle
giunzioni 1-4 e 2-3; immediatamente dopo vi sono le due tubazioni finali
del collettore che a loro volta confluiscono nel nodo di giunzione finale. Sul
condotto finale è poi collocato il catalizzatore principale. Ebbene,
nella fase di progetto e messa a punto del 2.0 JTS, i tecnici Alfa hanno
mutato lo schema adottato sui motori Twin Spark. Una
prima possibile strada era quella di sostituire i due pre-catalizzatori
con due catalizzatori di adeguate dimensioni, soluzione
che consentiva di eliminare il catalizzatore posizionato sul condotto
finale.
Una
seconda strada poteva poi consistere nel far convergere i quattro
collettori di scarico in un unico punto in cui era disposto un grosso
catalizzatore.
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Questa
seconda possibilità è sicuramente la più efficiente sul piano delle
emissioni inquinanti (il catalizzatore, infatti, grazie alle minori masse
in gioco, riscalda prima e raggiunge più rapidamente la propria
temperatura di esercizio) ed è anche il meno costoso (grazie alla
semplicità dell'impianto). Tuttavia,
l'adozione di questo secondo schema (generalmente conosciuto come "4
in 1") viene subito scartata dall'Alfa Romeo per via del decadimento prestazionale che
inevitabilmente una scelta del genere avrebbe comportato: infatti, si
sarebbe avuto un non ottimale sfruttamento dell'effetto estrattivo della
colonna dei gas combusti, i quali, così, avrebbero teso a ritornare dentro
i vari cilindri e a non favorire il riempimento delle camere di
combustione. Una soluzione del genere avrebbe potuto essere adottata solo
nel caso in cui il punto di unione dei quattro collettori di scarico fosse
stato ulteriormente distanziato dalla testa, al fine di impedire alle onde
di sovrapressione di giungere ai cilindri quando l'incrocio della
distribuzione tiene contemporaneamente aperte le valvole di aspirazione e
le valvole di scarico. Ma, problemi di ingombro a parte, l'allontanamento
del catalizzatore dalla testa avrebbe compromesso il contenimento delle
emissioni inquinanti (a causa del maggior tempo che sarebbe stato
necessario al catalizzatore per raggiungere la propria temperatura di
esercizio). Alla
fine, dunque, la scelta finale è quella di seguire la prima strada, con il
collocamento di due catalizzatori ceramici (dal volume totale di 2 litri
circa) subito a valle delle giunzioni 1-4 e 2-3.
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In
pratica, si tratta dello stesso ottimo schema (conosciuto come "4 in
2 in 1") adottato anche sui Twin Spark, uno schema che rappresenta
sempre la scelta ottimale per l'ottenimento delle migliori prestazioni del
propulsore nei regimi medio-bassi (a tutto vantaggio di coppia ed
alasticità). Ma
in più, rispetto ai Twin Spark, il 2.0 JTS può contare su una maggiore
permeabilità al passaggio dei gas combusti, grazie alla mancanza del
catalizzatore collocato sul condotto finale: al posto di questo
catalizzatore, infatti, è stato montato un classico silenziatore dalle
contropressioni nettamente inferiori. Nella
zona coppia-giri a funzionamento stratificato (cioè, al di sotto dei 1500
giri/minuto), i catalizzatori del JTS svolgono
essenzialmente una funzione ossidante degli idrocarburi incombusti (HC) e
dell'ossido di carbonio (CO), essendo affidato all'IGR (cioè, il
ricircolo dei gas di scarico) il compito di combattere la formazione degli
ossidi di azoto (NOx).
In
definitiva, la tecnologia JTS si presenta sin da subito al mercato come
una degna erede della gloriosa architettura Twin Spark: una innovazione nel solco della
tradizione. E questa è stata l'impressione anche di tutti i partecipanti
al Congresso Tecnico tenutosi nell'autunno del 2001 ad
Aachen (Germania), l'occasione in cui i tecnici Alfa Romeo presentarono
per la prima volta il
loro nuovo gioiello.
Concludiamo
con la scheda tecnica del motore 2.0 JTS.
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N°
cilindri: 4 in linea, 2 alberi controrotanti di equilibratura
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Posizione:
anteriore trasversale
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Ciclo-tempi:
otto, 4
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Alesaggio
e corsa: 83 x 91 mm
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Cilindrata:
1970 cc
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Rapporto
di compressione: 11,3:1
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Potenza
max: 165 cv (121 Kw)
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Regime
potenza massima: 6400 giri/minuto
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Coppia
max: 206 Nm (21 Kgm)
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Regime
di coppia max: 3250 giri/minuto
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Carburante
richiesto: benzina senza Pb (RON 95)
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Normativa
anti-inquinamento rispettata: Euro 4
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Interasse
cilindri: 90 mm
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N°
supporti albero motore: 5
-
Basamento:
in ghisa lamellare
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Testa
cilindri: in alluminio bonificato, con pompa acqua integrata e
collettore a geometria variabile in plastica
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N°
valvole per cilindro: 4
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Posizione
valvole: a V (47°)
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Distribuzione:
2 alberi a camme in testa, con punterie idrauliche e variatore di fase
elettroidraulico calettato sull'albero a camme di distribuzione
comandato da centralina Bosch
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Comando
distribuzione: cinghia dentata
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Aspirazione
- inizio fase incrociata: 32° prima del Punto Morto Superiore
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Aspirazione
- fine fase incrociata: 27° dopo il Punto Morto Inferiore
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Aspirazione
- inizio fase ritardata: 7° dopo il Punto Morto Superiore
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Aspirazione
- fine fase ritardata: 52° dopo il Punto Morto Inferiore
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Alzata
di controllo: 0,45 mm
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Inizio
scarico: 41° prima del Punto Morto Inferiore
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Fine
scarico: 13° dopo il Punto Morto Superiore
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Alzata
di controllo: 0,45 mm
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Regolazione
gioco valvole: automatica, con punterie idrauliche
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Tipo
di accensione: statica, a controllo elettronico digitale integrata con
l'iniezione, sensore di detonazione, con 4 bobine AT alloggiate nella
testa, 1 candela per cilindro
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Ordine
di accensione: 1-3-4-2
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Pompa
benzina: elettrica, su motore (returnless), alta pressione
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Iniezione:
elettronica sequenziale fasata MPI Bosch MED 7.1.1, con controllo
selettivo della detonazione
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Filtro
aria: a secco, con cartuccia
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Controllo
emissioni: catalizzatori di tipo "cascade" (precatalizzatore
+ catalizzatore) su primari di scarico + 4 sonde lambda
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Tipo
lubrificazione: forzata con pompa ad ingranaggi, scambiatore
acqua/olio
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Filtro
olio: a cartuccia
-
Tipo
raffreddamento: a liquido, con circolazione forzata mediante pompa
centrifuga e circuito sigillato; radiatore e serbatoio supplementare
di espansione
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Regolazione
raffreddamento: con termostato
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Ventilatore
raffreddamento: elettrico, con inserzione regolata dalla centralina di
iniezione
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Curve
di potenza (Kw) e coppia (Nm):
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Materiale
tratto da AUTOTECNICA
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